Behind the mountain lens

RIFUGI

ALPINE REFUGES

Dando le spalle alla ripida parete rocciosa, riesco a piazzare un rampone in alto nella fessura e allungo il braccio per assicurare la piccozza sopra la spalla sinistra, finché finalmente trovo della neve compatta a sufficienza da reggere il peso del mio corpo. Un movimento tosto da affrontare in solitaria, soprattutto con questo zaino impossibilmente pesante che fa di tutto per trascinarmi giù verso il piccolo ghiacciaio sottostante. Con un senso di sollievo profondo mi arrabatto oltre il passaggio chiave: questo significa che sono a non più di un centinaio di metri dal remotissimo bivacco Tita Ronconi, la mia unica speranza di passare una notte confortevole.

Siamo ormai a maggio inoltrato, le condizioni non sono adatte né allo sci né all’alpinismo. Eppure sono qui con un compito ben preciso. L’idea di fotografare i miei rifugi e bivacchi preferiti è diventata realtà quando l’editore internazionale Gestalten mi ha dato il via libera per realizzare Alpine Refuges. La condizione? Fotografarli e raccontarli tutti e 30 nell’arco di una sola stagione invernale. Onestamente, la pressione di un progetto del genere mi ha intimorito tanto quanto mi ha entusiasmato, anche perché alcuni di questi rifugi chiaramente non sono stati concepiti per essere raggiunti in inverno. Essendo questo l’ultimo, mi è sembrato naturale che proprio questa salita fosse la prova finale: un passaggio chiave, fisico e metaforico, al termine di un viaggio lungo, impegnativo e incredibile per portare a termine questo libro.

La cresta sopra di me è totalmente inghiottita dal bianco, il vento strappava via la neve che pungente mi colpiva il volto senza tregua. Finché finalmente la sagoma opaca del bivacco emerge contro un cielo che si fa sempre più scuro, con la notte ormai alle porte. Non riesco a trattenere una risatina, ripensando a quanto sia stata dura. Assicuro lo zaino a uno dei cavi che ancorano il rifugio a questa cresta innevata, appena larga abbastanza da sostenere questa minuscola scatola sospesa sul filo della montagna, poi inizio a liberare la porta dalla neve. Colpisco lo zoccolo di neve con la pala retta da mani intorpidite, i guanti ormai così bagnati da non offrire più alcuna protezione. Scavo nella neve compatta e nella fatica, finché la porta finalmente cede e mi lascio cadere nell’interno silenzioso, accompagnato solo dal rumore del battito accelerato del mio cuore.

Non consiglierei mai di avventurarsi in alta montagna con il brutto tempo, ma sono proprio questi momenti ad avermi spinto, fin dall’inizio, a voler creare questo libro. Fuori, il mondo è una furia bianca di vento e neve, un luogo in cui nessuno può appartenere a lungo. Eppure questo minuscolo rifugio di metallo resiste, offrendo uno spazio di calore: una piccola stufa, il sibilo della neve che si scioglie, un momento per respirare, per fermarsi. È questo conforto, in luoghi scomodi e ostili, che racchiude l’essenza del perché questi rifugi contano così tanto: piccoli testimoni di resilienza e umanità, aggrappati ai margini di paesaggi impossibili.

La mattina seguente, dopo un lungo riposo, ho fotografato il bivacco come avevo fatto tante altre volte: cercando di catturarne il carattere improbabile in questo spazio selvaggio. Poi ho effettuato tre lunghe calate in corda doppia lungo la parete che avevo risalito il giorno prima. Mi sembrava di incastrare l’ultimo tassello di un puzzle lungo e improbabile. Chissà se, sfogliando queste pagine, altri proveranno lo stesso senso di meraviglia che mi ha accompagnato in questo viaggio.

Il processo di visitarli, fotografarli e raccontarli è diventato qualcosa di molto più grande di quanto avessi immaginato. Ogni spedizione aveva il suo ritmo fatto di stanchezza e ricompensa: partenze all’alba, whiteout, lenti ghiacciate e quelle rarissime mattine dorate in cui la luce colpisce nel modo giusto. Ciò che mi ha colpito di più non è stata solo l’architettura o la storia, ma il senso di continuità: ogni rifugio, per quanto remoto, è legato dallo stesso scopo di offrire calore e accoglienza in luoghi che chiedono tantissimo a chi li attraversa.

Per molti versi, finire il libro è sembrato davvero l’ultimo pezzo di un lungo gioco. Spero che, al suo interno, possiate trovare la silenziosa meraviglia che ha sostenuto me in questo viaggio — e magari che vi ispiri a cercare qualcuno di questi luoghi straordinari. Perché, per quanto fotografie e parole possano avvicinarti, niente può davvero sostituire il suono del vento fuori, il freddo nelle mani e la consapevolezza di quanto significhi avere un tetto sulla testa in questi luoghi incredibilmente alti.

 

Trovate il libro qui

 

✒️ 📸 Aaron Rolph

Leggi il successivo

THE RELATIVITY OF A DREAM

Lascia un commento

Nota che i commenti devono essere approvati prima di essere pubblicati.

Questo sito è protetto da hCaptcha e applica le Norme sulla privacy e i Termini di servizio di hCaptcha.