GIÙ IN ITALIA

DOWN IN ITALY

Tutto è iniziato, come spesso succede per le buone idee, con un piano semplice: cinque giorni, un treno notturno, un paio di sci e la voglia di andare in una direzione diversa. Muoversi, lasciando perdere la ricerca ossessiva delle condizioni perfette nell’attesa della prossima perturbazione.

Da Vienna a Roma, il viaggio è cominciato con il comfort un po’ surreale del treno notturno. Noi quattro — sci in spalla e aspettative ancora alte — ci siamo infilati in cuccette strette, più simili a stretti bivacchi che a veri letti. Il kebab, mangiato rigorosamente seduti in corridoio, era già freddo, ma l’atmosfera tra noi ci teneva al caldo. Il ritmo continuo del treno ci ha cullato in quello che difficilmente si può chiamare sonno — più una pausa di tredici ore, interrotta da scossoni, luci delle stazioni e odori che entravano dai finestrini.

Roma ci ha accolti esattamente come ci aspettavamo: rumore, storia, e quella sensazione che ogni passo ci portasse dentro una storia più grande di noi. Abbiamo camminato senza un vero piano, lasciando che la città si svelasse tra un caffè, monumenti e la folla. Per un attimo abbiamo messo da parte gli sci per la cultura — cosa rara per gente come noi.

Ma la montagna chiamava.

Il viaggio verso l’Abruzzo è stato sorprendentemente breve. Eppure, avvicinandoci al massiccio una sottile delusione si insinuava tra noi. Le montagne c’erano — selvagge, aperte, bellissime — ma mancava qualcosa. La neve.

Non del tutto assente, ma sparsa, lavorata dal vento, fragile. Abbiamo peggiorato la nostra situazione quando, quasi automaticamente, abbiamo fatto l’errore di controllare il telefono. Video dalle Alpi, neve fresca, tempeste in arrivo. Inverno vero. È lì che è iniziato il dialogo interiore — quello familiare. Godersi la nostra gita per quello che è, senza paragonarci agli altri.

 

Il primo giorno in montagna è stato più una questione di insistenza che di sci. Partendo da un parcheggio deserto ai piedi di un impianto abbandonato, abbiamo seguito l’unica traccia di neve che tagliava l’erba. Il vento era violento — a tratti ingestibile — e ci costringeva a procedere a quattro zampe, sci in spalla, solo per andare avanti.

Attraversare il passo è sembrata più una piccola conquista che una semplice tappa. Dall’altra parte si è aperta una valle ampia, silenziosa, quasi irreale. Un vecchio comprensorio sciistico abbandonato stava lì, come dimenticato. La neve era poca ma, stranamente, ci bastava.

Quando la luce ha iniziato a calare, tutto è cambiato. Una finestra tra le nuvole ha rivelato le montagne intorno, e per un momento il massiccio è sembrato respirare. Abbiamo concluso la giornata sciando al chiarore delle frontali, su pendii duri e ghiacciati.

 

Il giorno dopo abbiamo alzato l’asticella.

Il Gran Sasso — la cima più alta — era nella nostra testa fin dall’inizio. Le previsioni? Buone. La realtà? Un po’ meno.

La montagna si presentava distante, chiusa, piegata dal vento e dalla neve. Avvicinarsi dava la sensazione di entrare in qualcosa di severo. Neve dura, passaggi tecnici, e una vetta che sembrava allontanarsi più ci avvicinavamo. A un certo punto abbiamo smesso di forzare.

Ci siamo rifugiati in un piccolo bar ai piedi di quella che sembrava una stazione sciistica dimenticata. Tre piste, metà neve e metà erbose. Un posto fermo in un’altra epoca. Ne abbiamo sorriso, quasi increduli — e davanti a una cioccolata calda qualcosa è cambiato di nuovo: il nostro modo di guardarci intorno.

Forse non era così necessario arrivare in cima al Gran Sasso.

 

Abbiamo quindi puntato su una vetta più modesta. Non iconica, ma raggiungibile. Dalla cima, il panorama si è aperto: montagne, mare, Roma — tutto così vicino. Più vicino di quanto sembrasse possibile.

La discesa è stata delicata. I primi ramponi e la piccozza, perché su certe pendenze ghiacciate gli sci non bastavano più. Le nuvole hanno iniziato a chiudersi, come a dirci spazientite che il tempo stava finendo.

 

Per l’ultimo giorno ci siamo spostati più a sud, verso la Majella.

Già nel paese qualcosa era diverso. Neve! Un segnale semplice, ma sufficiente. Abbiamo trovato rifugio in una casa di pietra, accolti da un calore autentico, quasi familiare.

Questa volta non eravamo soli. Auto nel parcheggio, neve lungo la strada. Per la prima volta nel viaggio, sembrava davvero inverno.

La salita era diretta, senza compromessi: 1500 metri di dislivello, sempre più ripida. Durante la salita abbiamo incontrato i Carabinieri, impegnati in esercitazioni. Ci siamo fermati, abbiamo parlato, scambiato impressioni. Ci hanno spiegato come la neve qui sia influenzata dai venti del Mediterraneo e dell’Adriatico, creando condizioni uniche.

Tutto, improvvisamente, aveva più senso.

 

Arrivare in cima al Monte Amaro è stata un’esperienza silenziosa, ma piena.

La croce di vetta era ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio modellato dal vento. Qualcosa di quasi irreale. Un abbraccio, un momento fermo — e poi la discesa. La neve, finalmente ammorbidita dal sole, ci ha regalato quello che ci era mancato fino a quel momento: fluidità. Non perfetta, non abbondante — ma sciabile e divertente. Un ultimo regalo.

 

Poche ore dopo eravamo di nuovo a Roma. Un’ultima pizza in stazione, poi di nuovo nel treno, nelle stesse cuccette strette.

Stanchi, soddisfatti, e già con la testa al prossimo viaggio.

 

✒️ 📸 Philipp Reiter

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